IL GIORNO DELLA MEMORIA, IN NOME DELLA LIBERTÀ E DELLA DEMOCRAZIA

La domanda: Ditemi dove era Dio, ad Auschwitz.

La risposta: E l’uomo dov’era?

(William Clarke Styron)

Dal momento che avvenimenti storici come l’Olocausto dimostrano che l’essere umano, nel profondo, è in grado di commettere le peggiori atrocità, visitare i luoghi dello sterminio è un ottimo vaccino in grado di renderci delle persone migliori.

Sono più o meno queste le parole con cui la signora Francesca Pitacco, la bravissima guida che venerdì 24 gennaio ci ha accompagnati per Trieste, citando Liliana Segre ha spiegato il senso della visita della Risiera di San Sabba, che nel 1965 è stata ufficialmente proclamata monumento nazionale. Il termine monumento ha un duplice significato, in quanto la radice latina (memento) fa riferimento alla memoria ma anche alla parola “ammonimento”, nella sua accezione di “insegnamento”.

E infatti, dalle macerie morali dello sterminio degli ebrei (senza dimenticare anche i disabili, i rom, gli omosessuali, i testimoni di Geova e più in generale tutti gli avversari politici e le persone non gradite dal regime nazista), è nata una nuova idea di umanità e democrazia, basata sui diritti umani e sulla dignità di ogni singolo individuo a prescindere da qualunque tipo di differenza etnica o culturale.

La visita della Risiera, uno stabilimento industriale creato a Trieste alla fine del XIX secolo nel rione di San Sabba per la lavorazione del riso, poi utilizzato dai nazisti durante la seconda guerra mondiale come campo di prigionia, smistamento e sterminio, ha riportato a galla ricordi storici drammatici. I luoghi aperti al pubblico, le zone di prigionia, l’esposizione di oggetti dell’epoca, i contributi audiovisivi, le targhe commemorative, vanno a creare un racconto corale che tocca nel profondo il visitatore. La sofferenza e il dolore evocati da ogni pietra sono un monito a ricordare l’accaduto e a non perdere di vista i valori del rispetto, della libertà e della fratellanza.

Prima di lasciare la Risiera per dirigerci al Museo Ebraico, la nostra guida ci ha invitati ad osservare gli interventi artistici con cui è stato restaurato il cortile, dove una lugubre scultura ricorda il fumo dei cadaveri bruciati e un’ampia lastra di acciaio (“freddo come la morte in inverno e rovente come il fuoco in estate”) occupa il luogo in cui gli ufficiali nazisti, alcuni dei quali avevano già sperimentato e perfezionato le tecniche di sterminio di massa in Polonia, nei terribili campi di Sobibor e Treblinka, fecero installare un forno crematorio da cui, secondo le stime degli storici, passarono le ceneri di un numero di vittime che va dai 3000 ai 5000.

Dopo una breve camminata da Piazza Unità fino a Via del Monte, sede del museo, la guida ci ha invitati ad osservare la targa che ricorda la proclamazione delle leggi razziali da parte di Benito Mussolini, che in una delle pagine più indegne della storia d’Italia scelse una piazza storicamente cosmopolita per dichiarare nemici gli appartenenti ad una religione sgradita al regime. Era il 17 novembre del 1938.

Il Museo Ebraico, caratterizzato da spazi ridotti ma allestito con grande competenza, ci ha permesso di integrare i contenuti della prima parte della mattinata con ulteriori informazioni storiche e sociali sulla presenza ebraica a Trieste. Infine, al piano superiore dello stesso museo, ci è stata offerta una lezione sulle pietre d’inciampo, un’iniziativa nata nel 2000 per iniziativa dell’artista tedesco Gunter Demnig che rende omaggio ad alcune delle vittime dell’Olocausto, non solo a Trieste ma anche in numerose altre città europee.

Sono passati 80 anni dai tragici eventi dell’Olocausto, eppure il mondo di oggi continua ad essere dilaniato dalle guerre, e al tempo stesso alcuni degli uomini più influenti a livello politico ed economico insistono nell’inneggiare all’odio e all’intolleranza, mentre diversi movimenti politici di estrema destra si fanno pericolosamente strada fra il consenso popolare. E purtroppo gran parte della gente comune, un po’ confusa dall’ignoranza e dal fumo gettato negli occhi dalle falsità dei social network e dalle illusorie promesse di benessere dell’intelligenza artificiale, un po’ intimorita da movimenti migratori che la stampa di destra dipinge capziosamente come una minaccia all’ordine costituito, invece di rifiutare fermamente ogni ideologia basata sull’intolleranza finisce con il sostenere la facile narrazione del noi-buoni contro loro-cattivi.

Proprio per questo il significato del Giorno della Memoria rappresenta ancora oggi uno dei valori più vivi e importanti che esistano, e trasmettere questo messaggio alle generazioni del futuro è un dovere supremo da cui nessuno deve sentirsi esonerato.

Paolo Pozzi (fatto senza ChatGPT)

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